Conclusioni dell avvocato generale

Conclusioni dell avvocato generale

1 L'art. 4, n. 1, lett. b) della direttiva sui marchi d'impresa (1) protegge i titolari di marchi d'impresa dalla registrazione di un marchio identico o simile per beni o servizi identici o simili dalle quali possa risultare «un rischio di confusione per il pubblico comportante anche un rischio di associazione tra il marchio d'impresa ed il marchio d'impresa anteriore». Nella sentenza Sabel (2) alla Corte è stato chiesto se vi era un rischio di confusione nel caso in cui il pubblico potesse fare una mera associazione tra due marchi, benché non ci fosse confusione tra essi. La Corte ha stabilito che deriva dalla lettera dell'art. 4, n. 1, lett. b) che il concetto di rischio di associazione non è alternativo a quello di rischio di confusione ma serve a precisarne l'estensione; che i termini di questa disposizione escludevano la sua applicazione laddove non sussisteva rischio di confusione da parte del pubblico; infine che questa interpretazione era confermata dal decimo considerando della direttiva, secondo il quale «il rischio di confusione (...) costituisce la condizione specifica della tutela» (3).

2 La causa in oggetto riguarda l'art. 5, n. 1, lett. b) della direttiva il quale, usando essenzialmente gli stessi termini, protegge i titolari di marchi dall'uso di un segno identico o simile per beni o servizi identici o simili dai quali possa risultare «un rischio di confusione per il pubblico, comportante anche un rischio di associazione tra il segno e il marchio d'impresa». Lo Hoge Raad dei Paesi Bassi ha sottoposto alla Corte la seguente questione pregiudiziale:

«Se quanto disposto nell'art. 5, n. 1, lett. b) della direttiva 89/104 debba essere interpretato nel senso che, qualora

a) un marchio, sia intrinsecamente sia grazie alla notorietà di cui gode presso il pubblico, possieda un carattere distintivo particolare, e

b) un terzo, senza il consenso del titolare del marchio, usi nel commercio per prodotti o servizi identici o simili a quelli per i quali il marchio è stato registrato, un contrassegno che concorda con il marchio in misura tale che per tale motivo sussiste la possibilità di associazione con il marchio, il diritto esclusivo del titolare del marchio gli consenta di vietare al terzo tale uso del contrassegno, allorché il carattere distintivo del marchio è tale che non è escluso che l'associazione possa far sorgere confusione.»

La direttiva sul marchio

3 La direttiva sul marchio fu adottata ai sensi dell'art. 100 A del Trattato CE (divenuto, in seguito a modifica, art. 95 CE). Essa aveva come obiettivo non tanto «di procedere ad un ravvicinamento completo delle legislazioni degli Stati membri» quanto semplicemente di ravvicinare «le disposizioni nazionali che hanno un'incidenza più diretta sul funzionamento del mercato interno» (4).

4 Il nono e decimo `considerando' della direttiva sono formulati nei seguenti termini, per quanto qui rileva:

«Considerando che è fondamentale, per agevolare la libera circolazione dei prodotti e la libera prestazione dei servizi, procurare che i marchi d'impresa registrati abbiano ormai negli ordinamenti giuridici di tutti gli Stati membri, la medesima tutela: che ciò non priva tuttavia gli Stati membri della facoltà di tutelare maggiormente i marchi d'impresa che abbiano acquisito una notorietà;

(...) che è indispensabile interpretare la nozione di somiglianza in relazione al rischio di confusione; che il rischio di confusione, la cui valutazione dipende da numerosi fattori, e segnatamente dalla notorietà del marchio di impresa sul mercato, dall'associazione (5) che può essere fatta tra il marchio d'impresa e il segno usato o registrato, dal (6) grado di somiglianza tra il marchio di impresa e il segno e tra i prodotti o servizi designati, costituisce la condizione specifica della tutela; che le norme procedurali nazionali che non sono pregiudicate dalla presente direttiva disciplinano i mezzi grazie a cui può essere constatato il rischio di confusione e in particolare l'onere della prova».

5 L'art. 4, n. 1, lett. b) della direttiva prevede che un marchio di impresa non sia registrato o, se registrato, sia dichiarato nullo «se l'identità o la somiglianza di detto marchio d'impresa col marchio d'impresa anteriore e l'identità o somiglianza dei prodotti o servizi contraddistinti dai due marchi d'impresa può dar adito a un rischio di confusione per il pubblico comportante anche un rischio di associazione tra il marchio di impresa ed il marchio d'impresa anteriore».

6 L'art. 5, n. 1, lett. b) dispone che il titolare di un marchio d'impresa può vietare a tutti i terzi in commercio l'uso di «un segno che, a motivo dell'identità o della somiglianza di detto segno col marchio d'impresa e dell'identità o somiglianza dei prodotti o servizi contraddistinti dal marchio di impresa e dal segno, possa dare adito a un rischio di confusione per il pubblico, comportante anche un rischio di associazione tra il segno e il marchio di impresa».

7 E' chiaro - e questo pare accettato da tutte le parti che hanno presentato osservazioni - che gli artt. 4, n. 1, lett. b) e 5, n. 1, lett. b) devono essere interpretati nello stesso modo.

8 Voglio sottolineare a questo punto una discrepanza tra le differenti versioni linguistiche della direttiva. La maggior parte di tali versioni, ad esclusione di quella inglese, utilizzano la nozione di «rischio» o «pericolo» di confusione ed associazione piuttosto che «probabilità» («likelihood»); la versione olandese utilizza però il concetto di possibilità di confusione e di associazione all'art. 4, n. 1, lett. b) e di possibilità di confusione e di rischio di associazione all'art. 5, n. 1, lett. b), sebbene il decimo considerando faccia riferimento al «rischio» o «pericolo» di confusione. Per ragioni che spiegherò più tardi, ritengo che queste differenze terminologiche non abbiano particolare importanza.

9 Ai sensi dell'art. 5, n. 2, ogni Stato membro «può inoltre prevedere che il titolare abbia il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare nel commercio un segno identico o simile al marchio d'impresa per i prodotti o servizi che non sono simili a quelli per cui esso è stato registrato, se il marchio d'impresa gode di notorietà nello Stato membro e se l'uso immotivato del segno consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla notorietà del marchio di impresa o reca pregiudizio agli stessi».

La normativa nazionale

10 Ai sensi della legge uniforme del Benelux sul marchio d'impresa (7) (in prosieguo: la «legge Benelux»), prima dell'attuazione della direttiva, il titolare di un marchio poteva opporsi ad ogni uso di un marchio identico o simile al suo stesso marchio registrato per gli stessi beni o a beni simili (8). La somiglianza del marchio era dunque sufficiente; contrariamente a quanto previsto in altri Stati membri, la legge Benelux non richiedeva un rischio di confusione e tantomeno si riferiva espressamente ad un rischio di associazione. Questo concetto venne introdotto dalla Corte del Benelux nel 1983 nella causa «Union/Union Soleure» (9) e successivamente recepito nella legge Benelux dopo la modifica effettuata in vista dell'attuazione della direttiva: l'art. 13 A, n. 1, lett. b) della legge Benelux, come modificato (10), dispone che il diritto esclusivo al marchio permette al titolare di opporsi ad ogni uso commerciale del marchio o di un segno simile relativamente a prodotti per i quali il marchio sia registrato o per prodotti simili qualora esista, per il pubblico, un «rischio di associazione» tra il segno e il marchio.

I fatti e il procedimento principale

11 L'Adidas AG è proprietaria nel Benelux di un marchio che consiste in un logo costituito da tre strisce. Il marchio è generalmente riconosciuto come quello dell'Adidas; le tre strisce non sono considerate come elemento puramente decorativo. L'Adidas Benelux è il licenziatario esclusivo dell'Adidas in tutto il Benelux. In seguito mi riferirò alle due società chiamandole l'«Adidas».

12 La Marca distribuisce una collezione di abbigliamento sportivo, di cui un certo numero di capi è contraddistinto da due strisce parallele che si sviluppano in lunghezza. La Marca commercializza anche una T-shirt colore bianco e arancio avente sul davanti, al centro, tre strisce nere verticali parallele, interrotte da un medaglione raffigurante un gatto e con inscritto il vocabolo TIM.

13 Nel luglio 1996 l'Adidas, considerando che la Marca avesse contraffatto il suo marchio a tre strisce, ha ottenuto un provvedimento d'urgenza dal Presidente del Rechtbank di Breda, che ordinava alla Marca, con riferimento a tutto il territorio del Benelux, la cessazione dell'utilizzo del segno consistente in due o tre bande od ogni altro segno corrispondente al logo Adidas per sette articoli d'abbigliamento e per la T-shirt TIM. L'Adidas aveva effettuato la richiesta sulla base dell'art. 13 A, n. 1, della legge Benelux.

14 Nell'aprile 1997 il Gerechtshof di Hertogenbosch ha confermato questa decisione. Secondo il giudice di rinvio, il Gerechtshof ha ritenuto: i) che la valutazione d'insieme data dagli articoli d'abbigliamento in questione fosse tale da poter effettivamente suscitare nel pubblico un'associazione tra il motivo a due bande della Marca e quello a tre bande dell'Adidas; ii) che esistesse, per quanto concerne la T-shirt TIM, una possibilità che queste tre strisce disegnate sulla maglietta - destinata a ragazzi fino a otto anni e generalmente acquistata dai loro genitori - potessero essere associate dai genitori col marchio a tre bande dell'Adidas e iii) che il marchio dell'Adidas fosse generalmente conosciuto.

15 Nel maggio 1997 la Marca ha proposto ricorso allo Hoge Raad dei Paesi Bassi. Innanzi a tale giudice essa ha affermato, sulla base della sentenza della Corte nella causa Sabel, che non era sufficiente, per stabilire la contraffazione di un marchio d'impresa, provare l'esistenza di una possibilità effettiva che una parte rilevante del pubblico potesse associare il segno con il marchio d'impresa; al contrario, era necessario dimostrare un rischio di confusione in una parte del pubblico, ai sensi dell'art.5, n.1, lett.b) della direttiva.

16 L'avvocato generale presso lo Hoge Raad, Bakels, ha presentato le sue conclusioni nel settembre 1998. Nelle sue conclusioni l'avvocato generale Bakels compie un'analisi storica delle disposizioni Benelux, esamina l'ampia protezione che da queste risulta verso i marchi, il filo conduttore dei negoziati delle pertinenti disposizioni della direttiva e la convinzione dei governi del Benelux e di certi autori e giudici del Benelux che la normativa Benelux fosse compatibile con la direttiva. L'avvocato generale è tuttavia chiaramente dell'avviso che vi sia stato un cambiamento della legge a causa della direttiva e che un mero rischio di associazione senza un rischio di confusione non sia sufficiente; inoltre, egli sottolinea che quest'interpretazione è indubbiamente corretta in forza della sentenza della Corte nella causa Sabel (la quale, come egli stesso nota, è successiva alla decisione del Gerechtshof (11)). L'avvocato generale Bakels conclude affermando che lo Hoge Raad dovrebbe dimostrare di applicare la giurisprudenza della Corte anche se preferirebbe che questa giurisprudenza andasse in un'altra direzione.

17 Lo Hoge Raad apparentemente non era persuaso delle argomentazioni dell'avvocato generale. Nella sua sentenza considera che la sentenza Sabel non implica automaticamente che il Gerechtshof abbia errato nel confermare la decisione favorevole all'Adidas. Sottolinea che in tale sentenza la Corte ha dichiarato che l'art. 4, n. 1, lett. b) non era applicabile «se non sussista nel pubblico un rischio di confusione» (12) e deduce che un mero rischio (13) di associazione non sia sufficiente a giustificare una ingiunzione ai sensi dell'art. 5, n. 1, lett. b), qualora si possa escludere il rischio di confusione da parte del pubblico. Lo Hoge Raad considera tuttavia che vi sono buone ragioni per concludere che, qualora il rischio di associazione non possa essere escluso, un rischio d'associazione può certamente essere sufficiente a giustificare un'ingiunzione. A suo parere, la sentenza Sabel sembra confermare queste conclusioni quando il marchio anteriore ha un carattere distintivo particolare, sia intrinsecamente, sia in seguito alla notorietà della quale gode tra il pubblico: il punto 24 della sentenza in parola sembra indicare che, in circostanze simili, l'esistenza di un rischio di associazione è sufficiente, poiché non si può escludere che l'associazione che risulta da una somiglianza semantica o altro possa creare confusione.

18 Lo Hoge Raad aggiunge che l'interpretazione dell'art. 5, n. 1, lett. b), esaminato in relazione a marchi famosi, nel senso suggerito da una tale lettura della sentenza Sabel, giustifica il compromesso riguardante l'inserimento dei termini «comportante anche un rischio di associazione tra il segno e il marchio d'impresa» e concilia l'art. 5, n. 1, lett. b) con la protezione facoltativa conferita a tali marchi dall'art. 5, n. 2 contro l'uso di un segno per prodotti o servizi che non sono simili a quelli coperti dal marchio: così interpretato, l'art. 5, n. 1, lett. b) protegge i marchi notori contro l'uso di segni per prodotti o servizi identici o simili che trae iniquo profitto, o che arreca loro pregiudizio, in forza del carattere distintivo di tali marchi.

19 Lo Hoge Raad conclude che se la sua interpretazione della sentenza Sabel è corretta, non vi è motivo che giustifichi la cassazione della sentenza del Gerechtshof. In effetti, oltre ad aver dichiarato che vi era la reale possibilità che il segno della Marca potesse essere associato con il marchio d'impresa Adidas, il Gerechtshof ha affermato che il marchio era generalmente conosciuto. In forza di tale elemento, non poteva essere escluso che l'estremamente reale possibilità di associazione riconosciuta dal Gerechtshof potesse generare confusione; di conseguenza, sulla base della sua interpretazione dell'art. 5, n. 1, lett. b), gli accertamenti di fatto compiuti potevano giustificare la concessione dell'ingiunzione richiesta dall'Adidas.

20 Lo Hoge Raad ha, di conseguenza, chiesto alla Corte di pronunciarsi in via pregiudiziale sulla questione enunciata al precedente paragrafo 2.

21 Osservazioni scritte sono state depositate dalla Marca Mode, dall'Adidas, dai governi dei Paesi Bassi e del Regno Unito e dalla Commissione. La Marca Mode, l'Adidas e la Commissione erano presenti all'udienza.

Analisi

22 A mio giudizio, l'interpretazione dell'art. 5, n. 1, lett. b) come proposta dallo Hoge Raad non si può conciliare con lo schema e la lettera della direttiva come interpretata dalla Corte. Prima di prendere in considerazione la specifica questione deferita alla Corte, diretta a sapere se vi sia la possibilità di estendere il campo di applicazione dell'art. 5, n. 1, lett. b) nel caso in cui il primo marchio abbia un carattere distintivo particolare, sia intrinsecamente che per la sua notorietà, propongo di esaminare la questione generale diretta a sapere se l'art. 5, n. 1, lett. b) sia applicabile qualora ci sia un rischio di associazione e allo stesso tempo non sia esclusa, anche se non verificata, la possibilità di confusione. Infine, affronterò brevemente una questione sollevata dall'Adidas circa la portata dell'art. 5, n. 2. Ritenendo tuttavia che alla questione posta dal giudice nazionale nella presente causa sia stata sostanzialmente data risposta nella decisione della Corte nella sentenza Sabel e nella successiva sentenza Canon (14), nella quale alla Corte fu richiesto di chiarire il rapporto tra il carattere distintivo del marchio per il quale è richiesta la protezione ed il rischio di confusione, propongo innanzitutto di riprodurre in extenso i punti rilevanti delle sentenze in queste due cause.

La giurisprudenza della Corte.

23 Nella sentenza Sabel, alla Corte fu chiesto essenzialmente se vi era un rischio di confusione ai sensi dell'art. 4, n. 1, lett. b) nel caso in cui il pubblico avesse fatto una semplice associazione tra un segno ed un marchio che richiamava un'idea simile - in quel caso, le rappresentazioni, sotto forma di disegni, da una parte di un puma che saltava, dall'altra di un ghepardo che saltava - per quanto non vi fosse confusione tra i due elementi figurativi. In forza di una legge tedesca anteriore alla direttiva, un tale tipo di associazione non era considerato sufficiente ad impedire la registrazione del marchio: a tal fine era richiesta una confusione in senso stretto. La questione era sostanzialmente diretta a sapere se la direttiva avesse esteso la protezione nel senso della legge Benelux precedente la direttiva, per la quale era sufficiente una mera associazione. La Corte ha dichiarato quanto segue:

«14 I governi belga, lussemburghese ed olandese hanno sostenuto che la nozione di "rischio di associazione" era stata introdotta, su loro richiesta, nelle menzionate disposizioni della direttiva affinché queste venissero interpretate negli stessi termini dell'art.13 A della legge uniforme del Benelux sui marchi che, ai fini della delimitazione dell'estensione del diritto esclusivo conferito dal marchio, non utilizza la nozione di rischio di confusione, bensí quella di somiglianza tra i marchi.

15 I detti governi si sono richiamati ad una sentenza della Corte di giustizia del Benelux ai sensi della quale sussiste somiglianza tra un marchio ed un contrassegno quando, in considerazione delle caratteristiche della specie, in particolare del potere distintivo del marchio, il marchio od il contrassegno, considerati di per sé e nel loro reciproco rapporto, presentino un'analogia, sul piano auditivo, visivo o concettuale, tale da determinare un'associazione tra il segno ed il marchio (v.sentenza 20 maggio 1983, Jullien/Verschuere, A 82/5, Jur. 1983, vol. 4, pag. 36). Tale giurisprudenza si fonda sulla considerazione secondo cui, quando un contrassegno è idoneo a far sorgere associazioni con un marchio, il pubblico opera una connessione tra il detto contrassegno ed il marchio medesimo. Tale connessione può risultare dannosa per il marchio anteriore non solo quando induca a ritenere che i prodotti possiedano origine identica o comune, ma anche quando non sussista rischio di confusione tra il contrassegno ed il marchio. Infatti, associazioni tra un contrassegno ed un marchio, atteso che la percezione del contrassegno evoca, spesso nell'inconscio, il ricordo del marchio, possono trasferire l'avviamento relativo al marchio anteriore verso il contrassegno medesimo, nonché diluire l'immagine connessa a tale marchio.

16 Secondo i detti governi, nel rischio di associazione rientrano quindi tre figure di specie: in primo luogo, il caso in cui il pubblico confonda il contrassegno ed il marchio di cui trattasi (rischio di confusione diretta) ; in secondo luogo, il caso in cui il pubblico operi una connessione tra i titolari del contrassegno o del marchio confondendoli (rischio di confusione indiretta o di associazione) ; in terzo luogo, quello in cui il pubblico effettui un ravvicinamento tra il contrassegno ed il marchio, ove la percezione del contrassegno evochi il ricordo del marchio, senza tuttavia confonderlo (rischio di associazione propriamente detto).

17 Occorre quindi stabilire se, come sostenuto dai detti governi, l'art. 4, n. 1, lett. b), possa trovare applicazione anche quando non esista rischio di confusione diretta o indiretta, bensì unicamente un rischio di associazione propriamente detto. Tale interpretazione della direttiva è contestata sia dal governo del Regno Unito sia dalla Commissione.

18 Si deve ricordare al riguardo che l'art. 4, n. 1, lett. b), della direttiva è diretto a trovare applicazione solamente quando l'identità o la somiglianza dei prodotti o servizi contraddistinti dai due marchi possa "dar adito a un rischio di confusione per il pubblico comportante anche un rischio di associazione tra il marchio di impresa ed il marchio di impresa anteriore". Orbene, dal tenore di tale disposizione emerge come la nozione di rischio di associazione non costituisca un'alternativa alla nozione di rischio di confusione, bensí serva a precisarne l'estensione. I termini stessi della disposizione escludono, quindi, che essa possa trovare applicazione laddove non sussista nel pubblico un rischio di confusione.

19 Tale interpretazione trova conforto anche nel decimo `considerando' della direttiva, dalla quale emerge "che il rischio di confusione (...) costituisce la condizione specifica della tutela".

(...)

22 Come rilevato al precedente punto 18, l'art. 4, n. 1, lett. b) della direttiva non può trovare applicazione se non sussista nel pubblico un rischio di confusione. In proposito, emerge dal decimo `considerando' della direttiva che la valutazione del rischio di confusione "dipende da numerosi fattori, e segnatamente dalla notorietà del marchio di impresa sul mercato, dall'associazione che può essere fatta tra il marchio d'impresa e il segno usato o registrato, dal grado di somiglianza tra il marchio d'impresa e il segno e tra i prodotti o servizi designati". Il rischio di confusione deve essere quindi oggetto di valutazione globale, in considerazione di tutti i fattori pertinenti del caso di specie.

23 Tale valutazione globale deve fondarsi, per quanto attiene alla somiglianza visuale, auditiva o concettuale dei marchi di cui trattasi, sull'impressione complessiva prodotta dai marchi, in considerazione, in particolare, degli elementi distintivi e dominanti dei marchi medesimi. Infatti, dal tenore dell'art. 4, n. 1, lett. b), della direttiva, a termini del quale "l'identità o la somiglianza (...) può dar adito a un rischio di confusione per il pubblico (...)", emerge che la percezione dei marchi operata dal consumatore medio del tipo di prodotto o servizio di cui trattasi svolge un ruolo determinante nella valutazione globale del rischio di confusione. Orbene, il consumatore medio percepisce normalmente un marchio come un tutt'uno e non effettua un esame dei singoli elementi.

24 Ciò premesso, si deve rilevare che il rischio di confusione è tanto più elevato quanto più rilevante è il carattere distintivo del marchio anteriore. Non può quindi essere escluso che la somiglianza concettuale derivante dal fatto che due marchi utilizzino immagini concordanti nel loro contenuto semantico possa creare rischio di confusione nel caso in cui il marchio anteriore possieda un carattere distintivo particolare, sia intrinsecamente, sia grazie alla notorietà di cui gode presso il pubblico.

25 Tuttavia, in circostanze come quelle della specie nella causa principale, in cui il marchio anteriore non gode di una particolare notorietà e consiste in una figura che presenta pochi elementi di fantasia, la semplice somiglianza concettuale tra i due marchi non è sufficiente per generare un rischio di confusione.

26 La questione pregiudiziale dev'essere quindi risolta nel senso che il criterio di "rischio di confusione comportante il rischio di associazione con il marchio anteriore" di cui all'art. 4, n. 1, lett. b), della direttiva, dev'essere interpretato nel senso che la mera associazione tra due marchi che possa essere operata dal pubblico per effetto della concordanza del loro contenuto semantico non è di per sé sufficiente per ritenere che sussista un rischio di confusione ai sensi della detta disposizione».

24 Nella sentenza Canon, la società MGM aveva domandato la registrazione del marchio «CANNON» relativamente ad alcuni prodotti, ivi compresi film in video-cassetta. La Canon si oppose a tale domanda in forza del fatto che contraffaceva il suo stesso marchio «Canon», già registrato per alcuni prodotti, compresi apparecchi per riprese e registrazioni televisive , notoriamente conosciuti (a differenza del marchio Puma, che era stato considerato dal giudice nazionale non particolarmente distintivo, né intrinsecamente né grazie alla sua notorietà). Alla Corte è stato chiesto se, seguendo un'interpretazione corretta dell'art. 4, n. 1, lett. b) della direttiva, il carattere distintivo del marchio d'impresa anteriore, ed in particolar modo la sua reputazione, dovesse essere preso in considerazione per determinare se la somiglianza tra i prodotti e i servizi contraddistinti dai due marchi fosse sufficiente per generare un rischio di confusione.

25 Dopo aver, preliminarmente, enunciato il decimo `considerando' della direttiva (15), la Corte ha così continuato:

«16 In secondo luogo si deve osservare che, secondo la giurisprudenza della Corte, il rischio di confusione nella mente del pubblico, che determina l'applicazione dell'art. 4, n. 1, lett. b) della direttiva, dev'essere valutato globalmente, prendendo in considerazione tutti i fattori pertinenti del caso di specie (sentenza 11 novembre 1997, causa C-251/95, Sabel, Racc. Pag. I-6191, punto 22).

17 La valutazione globale del rischio di confusione implica una certa interdipendenza tra i fattori che entrano in considerazione, e, in particolare la somiglianza dei marchi e quella dei prodotti o servizi designati (16). Così, un tenue grado di somiglianza tra i prodotti o i servizi designati può essere compensato da un elevato grado di somiglianza tra i marchi e viceversa. L'interdipendenza tra questi fattori trova in effetti espressione nel decimo 'considerando' della direttiva, secondo il quale è indispensabile interpretare la nozione di somiglianza in relazione al rischio di confusione, la cui valutazione a sua volta dipende in particolare dalla notorietà del marchio sul mercato e dal grado di somiglianza tra il marchio e il contrassegno e tra i prodotti o servizi contraddistinti.

18 D'altro canto, emerge dalla giurisprudenza della Corte che il rischio di confusione è tanto più elevato quanto più rilevante è il carattere distintivo del marchio anteriore (sentenza Sabel, citata, punto 24). Dunque, poiché la tutela del marchio depositato dipende, ai sensi dell'art. 4, n. 1, lett. b) della direttiva, dall'esistenza di un rischio di confusione, i marchi che hanno un elevato carattere distintivo, o intrinsecamente o a motivo della loro notorietà sul mercato, godono di una tutela più ampia rispetto ai marchi il cui carattere distintivo è inferiore».

«Rischio di confusione»

26 Torno ora alla questione se l'art. 5, n. 1, lett. b) sia applicabile nel caso in cui vi sia un rischio di associazione e la possibilità di confusione non possa essere esclusa. Secondo me, un'interpretazione siffata di questa disposizione è insostenibile per le seguenti ragioni.

27 In primo luogo, la lettera di questa disposizione, e il linguaggio della Corte quando la interpreta, escludono un'interpretazione siffatta. Ai sensi dello stesso art. 5, n. 1, lett. b), esso è espressamente applicabile qualora il segno «possa dare adito a un rischio di confusione»; il decimo `considerando' della direttiva prevede che il rischio di confusione costituisce la condizione specifica per la protezione di un marchio nelle circostanze successivamente indicate dall'art. 5, n. 1, lett. b); come osservato dalla Corte nella sentenza Sabel, la mera associazione non è in sé motivo sufficiente per concludere che vi sia un rischio di confusione; la Corte, nella sentenza Canon, ha statuito esplicitamente che «la tutela di un marchio depositato dipende, ai sensi dell'art. 4, n. 1, lett. b) della direttiva, dall'esistenza di un rischio di confusione» (17). Sarebbe errato perdere di vista i termini espressi della disposizione che si interpreta e costituirebbe un curioso uso della lingua considerare come esistente un rischio di confusione semplicemente per il motivo che la possibilità di confusione non può essere esclusa.

28 Si può aggiungere che il decimo `considerando' si conclude con le parole «le norme procedurali nazionali che non sono pregiudicate dalla presente direttiva disciplinano i mezzi grazie a cui può essere constatato il rischio di confusione, e in particolare l'onere della prova», il che conferma la necessità di stabilire un rischio di confusione (18).

29 E' vero che questi argomenti valgono soprattutto relativamente alla versione inglese della direttiva, poiché le altre versioni linguistiche dell'art. 5, n. 1, lett. b) parlano di pericolo, rischio o possibilità, piuttosto che di probabilità. Tuttavia, per delle ragioni che spiegherò più tardi, non ritengo che la differenza tra le versioni linguistiche dell'art. 5, n. 1, lett. b) incida sull'interpretazione delle condizioni in questione.

30 Ancora più importante, però, è che il criterio suggerito dallo Hoge Raad non può, a mio giudizio, essere conciliato con il modello di consumatore medio che la Corte ha sviluppato e che deve essere applicato qualora si proceda alla valutazione globale del rischio di confusione che è richiesta al fine di decidere in merito all'applicabilità dell'art. 5, n. 1, lett. b). E' chiaro dalla giurisprudenza della Corte che, a tal fine, il consumatore medio si deve presumere sia normalmente informato e ragionevolmente attento ed avveduto (19). Come osservato dalla Marca Mode, non può più rilevare che una minoranza di consumatori particolarmente disattenti possa essere eventualmente indotta in errore. Il diritto comunitario ha fortunatamente sconfessato il consumatore che confonde il marchio «LUCKY WHIP» con il marchio «Schöller-Nucki» (20).

31 Per di più, cosí come sottolineato dal governo olandese, lo Hoge Raad domanda, in effetti, alla Corte di rovesciare i termini della direttiva: l'espressione dell'art. 5, n. 1, lett. b) «confusione (...) comportante anche un rischio di associazione» significa, a suo giudizio, «associazione (...) comportante anche un rischio di confusione». La Corte ha già considerato ed espressamente respinto quest'interpretazione nella sentenza Sabel.

32 Tutte queste sono ragioni specifiche ricavate dalla giurisprudenza e dalla direttiva che, a mio giudizio, chiaramente conducono ad una conclusione contraria a quanto raccomandato dallo Hoge Raad. Inoltre, in generale, vi è una serie di ragioni di principio che rendono sconsigliabile fornire un'ampia interpretazione del concetto di confusione.

33 In primo luogo, come sottolineato dalla Marca Mode, un'ampia interpretazione del concetto di confusione avrebbe come effetto quello di ostacolare il mercato interno. Una direttiva come quella relativa ai marchi d'impresa, adottata ai sensi dell'art. 100 A del Trattato, mira alla realizzazione degli obiettivi elencati dall'art. 7 A (divenuto, in seguito a modifica, art. 14 CE), in particolare ad assicurare la libera circolazione delle merci e dei servizi nel mercato interno. Tali obiettivi sono contrari ad un'ampia interpretazione del rischio di confusione, che contribuirebbe ad ostacolare in maniera ingiustificata la libera circolazione delle merci e dei servizi (21).

34 Il requisito di una confusione come condizione di protezione del marchio d'impresa non era naturalmente un nuovo concetto introdotto dalla direttiva: esso rifletteva una consolidata giurisprudenza della Corte relativa alla portata dei diritti esistenti in capo ai titolari di marchi alla luce degli artt. 30 e 36 del Trattato CE (divenuti, in seguito a modifica, artt. 28 e 30 CE). In una serie di sentenze nelle quali ha definito l'ambito del diritto comunitario sul marchio d'impresa, la Corte ha sviluppato il principio di base secondo il quale l'obiettivo specifico del diritto di marchio era, in particolare, di garantire al titolare di avere l'esclusivo diritto di usare questo marchio al fine di porre in commercio il prodotto per la prima volta, tutelandolo così contro i concorrenti che volessero abusare della posizione e della reputazione del marchio d'impresa vendendo prodotti provvisti illegalmente di tale marchio; al fine di determinare la portata esatta di questo diritto, bisogna prendere in considerazione la funzione essenziale del marchio d'impresa, che è quella di garantire al consumatore o all'utilizzatore finale l'identità originale del prodotto contrassegnato dal marchio, permettendogli di distinguerlo senza possibilità di confusione dai prodotti di origine differente (22). Ampliando la protezione conferita dall'art. 5, n. 1, lett. b) della direttiva come proposto dallo Hoge Raad, si avrebbe come effetto che la direttiva conferirebbe ai titolari del marchio una protezione più ampia di quanto la Corte aveva considerato opportuno permettere in conformità alla deroga al principio della libera circolazione delle merci previsto dall'art. 36 del Trattato.

35 Inoltre, un'interpretazione ampia della nozione di confusione ostacolerebbe seriamente l'effettiva applicazione del regolamento sul marchio comunitario (23). Questo regolamento, che istituisce il marchio comunitario, contiene disposizioni relative alla confusione tra marchi, che sono di fatto identiche a quelle della direttiva. E' chiaramente opportuno che le disposizioni della direttiva siano interpretate nella stessa maniera delle corrispondenti disposizioni del regolamento. Un marchio comunitario può essere riconosciuto solamente con riferimento alla totalità del territorio della Comunità e quindi un conflitto con un solo marchio in un solo paese è sufficiente ad impedire la registrazione di un marchio come marchio comunitario. Ci si può opporre alla richiesta di registrazione di un marchio sulla base dell'esistenza di un marchio comunitario, di un marchio registrato in un qualsiasi Stato membro, o, in alcune circostanze, di un diritto non registrato riconosciuto in uno Stato membro (24). Una protezione troppo ampia del marchio d'impresa sulla base di un rischio di «associazione» con altri marchi renderebbe di conseguenza molto difficile per molti marchi la registrazione a livello comunitario. Se si vuole che il sistema del marchio comunitario funzioni efficacemente e che le domande di registrazione non siano sommerse da procedure di opposizione, sembra indispensabile che il marchio possa essere registrato in assenza di un rischio di confusione reale e comprovato.

36 Inoltre, le convenzioni internazionali delle quali la Comunità e/o gli Stati membri sono parte non forniscono sostegno all'ipotesi che la protezione del marchio possa essere basata sulla mera associazione. Benché l'ultimo `considerando' della direttiva ponga l'accento sul fatto che le disposizioni siano «in perfetta armonia con quelle della convenzione di Parigi» (25), questa convenzione opera un espresso riferimento solamente alla confusione (26). Analogamente, gli accordi sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio («TRIPS») (27) associano la protezione dei marchi all'uso che comporterebbe un rischio di confusione (28).

37 Infine, vorrei notare una differenza di enfasi tra le diverse versioni linguistiche della direttiva. Mentre la versione inglese parla di «likelihood» (probabilità) di confusione e di associazione, tutte le altre versioni linguistiche, ad eccezione di quella olandese, ricorrono alla nozione di rischio o pericolo. La versione neerlandese, strutturata in maniera differente dalle altre, parla di circostanze in cui «la confusione può sorgere, ivi compresa la possibilità di associazione» [art. 4, n. 1, lett. b)] o in cui «la confusione può sorgere, ivi compreso il rischio di associazione» [art. 5, n. 1, lett. b)] ( anche se si può notare che il decimo 'considerando' richiama due volte il «rischio di confusione»). Per questa ragione, i punti 18 e 22 della sentenza Sabel sono, nella versione olandese, redatti in termini di possibilità piuttosto che di probabilità, rischio o pericolo; comprensibilmente, l'ordinanza di rinvio e la questione deferita seguono questo linguaggio. Tuttavia, nel contesto dell'economia e degli obiettivi della direttiva, come precedentemente affrontati, non credo che si debba assegnare alcuna importanza alle differenze linguistiche osservate nella versione olandese della direttiva o nella sentenza Sabel.

Marchi che rivestono un carattere distintivo particolare

38 Concludo dunque nel senso che in generale l'art. 5, n. 1, lett. b) non può essere considerato applicabile nel caso in cui vi sia un rischio di associazione e la possibilità di confusione, anche se non provata, non possa essere esclusa. Lo Hoge Raad, tuttavia, ritiene che l'enunciato del punto 24 della sentenza Sabel suggerisca che, qualora il marchio anteriore abbia un carattere distintivo particolare, sia intrinsecamente sia per la notorietà della quale gode tra il pubblico, il rischio di confusione possa essere presunto sulla base di un rischio di associazione.

39 La Marca Mode, i governi del Regno Unito e dei Paesi Bassi così come la Commissione, concordano nel ritenere che tale questione debba avere una risposta negativa. La Marca Mode argomenta sulla base della giurisprudenza della Corte, della genesi legislativa e dell'economia della direttiva oltre che dall'oggetto specifico del marchio. Il governo olandese considera che la questione si risolva con riferimento alla sentenza della Corte nella causa Sabel, al dettato della direttiva e alla funzione del marchio d'impresa. La Commissione ed il governo britannico si riferiscono alle sentenze Sabel e Canon.

40 Al punto 24 della sentenza Sabel, la Corte ha statuito che «il rischio di confusione è tanto più elevato, quanto più rilevante è il carattere distintivo del marchio anteriore». É evidente, partendo dal suo contesto, che questa proposizione deriva dalla necessità di valutare il rischio di confusione in maniera globale, in considerazione di tutti i fattori pertinenti del caso di specie (29), e dal fatto che tale valutazione globale deve fondarsi sull'impressione complessiva prodotta dai marchi, in considerazione, in particolare, dei loro elementi distintivi e dominanti (30).

41 Anche se dovessero sorgere dubbi su quanto la Corte ha inteso affermare nella sentenza Sabel, gli stessi dubbi sono stati ora inequivocabilmente dissipati con le sentenze Canon e Lloyd (31). In queste cause la Corte era stata chiamata a pronunciarsi circa l'importanza da dare, nel valutare il rischio di confusione, al fatto che il marchio anteriore avesse un carattere distintivo elevato. Dalla risposta fornita risulta chiaramente che il carattere distintivo del marchio anteriore, ed in particolare la sua notorietà, vanno presi in considerazione per valutare se la somiglianza tra i prodotti o i servizi contraddistinti dai due marchi sia sufficiente per provocare un rischio di confusione (32) e che maggiore è la somiglianza dei prodotti o dei servizi designati e più il carattere distintivo del marchio anteriore è forte, più il rischio di confusione è elevato (33). Entrambe le proposizioni derivano chiaramente, cosí come la Corte ha spiegato (cosa che essa aveva altresí fatto nella sentenza Sabel), dalla lettera del decimo `considerando' della direttiva, in forza del quale la valutazione del rischio di confusione «dipende da numerosi fattori, e segnatamente dalla notorietà del marchio d'impresa sul mercato, dall'associazione che può essere fatta tra il marchio d'impresa e il segno usato o registrato, dal grado di somiglianza tra il marchio di impresa e il segno e tra i prodotti o servizi designati» (34).

42 Cosí, come hanno in pratica riconosciuto dalla Marca Mode, dai governi del Regno Unito e dei Paesi Bassi e dalla Commissione, l'esistenza o meno di un rischio di confusione è una questione di fatto relativa ad ogni singolo caso, e in questo contesto la circostanza che il marchio anteriore abbia un carattere distintivo sarà spesso considerato rilevante per determinare se vi sia di fatto un rischio di confusione. Per applicare l'art. 5, n. 1, lett. b), deve esistere tuttavia un rischio di confusione. Si può notare che, come hanno osservato la Marca Mode e la Commissione, l'idea che il rischio di confusione deve essere dimostrato nel caso di un marchio distintivo ispira chiaramente la sentenza Canon (35), che riguardava un marchio considerato come avente carattere distintivo in forza della sua notorietà. Si può altresí osservare che la sentenza nella causa Canon è stata pronunciata prima che l'ordinanza di rinvio della presente causa fosse stata emessa.

43 Dopo avere affermato, al punto 24 della sua sentenza Sabel, che il rischio di confusione è tanto più elevato quanto più rilevante è il carattere distintivo del marchio anteriore, la Corte ha dichiarato che non può essere escluso che la somiglianza concettuale derivante dal fatto che due marchi utilizzino immagini concordanti nel loro contenuto semantico possa creare rischio di confusione nel caso in cui il marchio anteriore possieda un carattere distintivo particolare, sia intrinsecamente, sia grazie alla notorietà di cui gode presso il pubblico (36). Poiché, tuttavia, è evidente, sulla scorta di quanto precede, che la valutazione del caso di specie deve essere effettuata sulla base dei fatti di causa, da tale affermazione non può ragionevolmente essere ricavato nessun principio di applicazione generale. La Corte presumibilmente aveva in mente una situazione concreta quale quella risultante, per esempio, dall'uso, per dischi, cassette, compact disc o prodotti simili, di un segno consistente in un cagnolino che drizza le orecchie davanti alla tromba di un fonografo. In casi del genere, dove i marchi coinvolti hanno un contenuto semantico analogo, sarà evidentemente più facile (come osserva il governo dei Paesi Bassi) dimostrare un rischio di confusione, qualora il carattere del marchio anteriore sia particolarmente distintivo, di quanto lo sia in un caso come Sabel dove il marchio anteriore non aveva un carattere particolarmente distintivo.

44 L'approccio evocato dallo Hoge Raad e sottoscritto dall'Adidas, consistente nel presumere il rischio di confusione nel caso in cui il marchio anteriore sia particolarmente distintivo ed un rischio di associazione sia stato appurato, andrebbe non solamente contro la lettera dell'art. 5, n. 1, lett. b) e contro gli obiettivi della direttiva, come visto in precedenza, ma avrebbe anche l'effetto di estendere ulteriormente la protezione della quale godono i marchi particolarmente distintivi. In effetti questi marchi già godono di una maggiore protezione, ai sensi dell'art. 5, n. 1, lett. b), rispetto a marchi meno conosciuti, dopo che la Corte, nelle sentenze Canon e Lloyd, ha spiegato l'importanza del carattere distintivo del marchio anteriore ai fini della valutazione della confusione. Il fatto di accordare una protezione ancora più elevata a marchi con una notorietà in assenza di confusione significherebbe accordare protezione contro la diluizione, vale a dire l'attenuazione del carattere distintivo del marchio tale che venga meno l'immediata associazione con i prodotti per i quali il marchio è registrato ed usato (37). Così facendo, attraverso un'interpretazione creativa dell'art. 5, n. 1, lett. b) si andrebbe contro l'economia della direttiva, che prevede chiaramente il caso in cui una tale protezione supplementare debba essere accordata, se del caso, a discrezione degli Stati membri, in forza dell'art. 4, n. 4, lett. a) (38) e dell'art. 5, n. 2: si veda il nono `considerando' della direttiva (39).

45 L'art. 5, n. 2 (40), ricordiamolo, permette agli Stati membri di accordare una protezione supplementare ai titolari di un marchio notorio: tale titolare potrà avere il diritto di vietare l'uso di un segno identico o simile per i prodotti o servizi che non sono simili a quelli per i quali il marchio è stato registrato, se l'uso immotivato del segno consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla notorietà del marchio d'impresa o reca pregiudizio agli stessi. L'Adidas propone che, in caso di rigetto dell'intepretazione suggerita dallo Hoge Raad in merito all'art. 5, n. 1, lett. b) , l'art. 5, n. 2 della direttiva sia interpretato in maniera tale da essere applicato non solamente, come esso dispone espressamente, nel caso in cui i beni e i servizi in questione non sono simili, ma anche, in realtà a fortiori, quando essi sono simili, poiché sarebbe anomalo, a suo dire, che marchi notori siano protetti contro l'attenuazione quando prodotti e servizi non sono simili, ma che questa protezione manchi quando essi lo sono. Sia nelle sue osservazioni scritte che in quelle orali, l'Adidas ha chiesto alla Corte di statuire sull'applicazione dell'art. 5, n. 2 , anche se lo Hoge Raad non ha proposto domande in tale senso.

46 A mio giudizio, anche solo per questa ragione sarebbe inopportuno per la Corte cercare di risolvere, nell'ambito della presente procedura, l'apparente contraddizione rilevata quanto alla portata della protezione offerta dall'art. 5, n. 1, lett. b), e dall'art. 5, n. 2. La questione se l'art. 5, n. 2, sia destinato ad essere applicato, come la lettera dell'articolo indica, solamente quando i beni in questione non sono simili, o se debba essere interpretato in una maniera più estensiva, ha suscitato - e continua a suscitare - un notevole interesse accademico. Si tratta certamente di una questione sulla quale la Corte, al momento opportuno, sarà chiamata a statuire. Ciò nonostante, nella presente causa la questione non è stata oggetto di un esame approfondito ed esaustivo nel quadro delle osservazioni depositate innanzi alla Corte dato che il giudice nazionale non ha posto questioni circa l'art. 5, n. 2. Solo l'Adidas vi ha dedicato tutte le sue attenzioni: la Marca Mode vi ha fatto semplicemente allusione verso la fine delle sue osservazioni scritte, per affermare che non rilevava contraddizioni nei diversi campi di applicazione dell'art. 5, n. 1, lett. b) e dell'art. 5, n. 2; il Regno Unito osserva che il testo dell'art. 5, n. 2, è diverso da quello dell'art. 5, n. 1, lett. b), e che i termini di quest'ultimo non possono essere riscritti per una particolare categoria di marchi d'impresa; il governo dei Paesi Bassi non affronta per nulla la questione ; infine la Commissione valuta che non sia il momento opportuno per affrontare l'apparente contraddizione tra l'art. 5, n. 1, lett. b) e l'art. 5, n. 2. Se dovesse statuire sull'art. 5, n. 2, la Corte lo farebbe senza il beneficio di osservazioni circostanziate, non solo da parte della Commissione e degli Stati membri che hanno presentato osservazioni nella presente causa, ma probabilmente anche da parte di altri Stati membri che, se avessero saputo che si discuteva della portata dell'art. 5, n. 2, avrebbero eventualmente sfruttato il loro diritto di presentare osservazioni. A mio giudizio non sarebbe né opportuno né equo un orientamento della Corte in questo senso, e la questione, senza dubbio interessante, della portata dell'art. 5, n. 2 dovrà essere rimandata alla causa nella quale un giudice nazionale richiederà espressamente indicazioni al riguardo.

Conclusione

47 Di conseguenza, suggerisco alla Corte di risolvere nella seguente maniera la questione proposta dallo Hoge Raad:

«1) L'art. 5, n. 1, lett. b) della prima direttiva del Consiglio 21 dicembre 1988, 89/104/CEE, sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di marchi d'impresa, non è applicabile salvo che sia dimostrato esservi un rischio di confusione reale e comprovato circa l'origine dei beni o servizi in questione.

2) Qualora il marchio d'impresa abbia un carattere distintivo particolare e un terzo, senza il consenso del titolare del marchio, faccia uso, nel commercio di beni o servizi identici o simili a quelli per cui esso è stato registrato, di un segno cosí somigliante al marchio da comportare la possibilità, il rischio o la probabilità che venga associato a questo marchio, non è sufficiente, ai fini dell'applicazione dell'art. 5, n. 1, lett. b) della direttiva 89/104, che il carattere distintivo del marchio sia tale da non potersi escludere la possibilità, il rischio o la probabilità che questa associazione porti ad una confusione».

(1) - Prima direttiva del Consiglio 21 dicembre 1988, 89/104/CEE, sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di marchi d'impresa (GU L 40 dell'11.2.1989, pag. 1).

(2) - Sentenza 11 novembre 1997, causa C-251/95 (Racc. pag. I-6191).

(3) - Punti 18 e 19.

(4) - Terzo `considerando' della direttiva.

(5) - Omissis (riguarda un errore nella versione inglese della direttiva).

(6) - V. supra, nota 5.

(7) - Allegata alla convenzione Benelux sul marchio d'impresa del 19 marzo 1962.

(8) - Art. 13 della legge Benelux.

(9) - Sentenza Corte di giustizia del Benelux 20 maggio 1983, Jullien/Verschuere (A82/5, Jur. 1983, pag. 36).

(10) - Dal protocollo 2 dicembre 1992, entrato in vigore il 1_ gennaio 1996.

(11) - La sentenza nella causa SABEL è stata pronunciata nel novembre 1997.

(12) - Punti 18 e 22.

(13) - Si vedano i miei commenti al precedente paragrafo 8, riguardanti le divergenze linguistiche tra le versioni olandese ed inglese della direttiva.

(14) - Sentenza 29 settembre 1998, causa C-39/97 (Racc. pag. I-5507).

(15) - Enunciato al precedente paragrafo 4.

(16) - Omissis (riguarda la versione inglese della sentenza).

(17) - Punto 18 della sentenza.

(18) - V. anche il punto 11 della sentenza della Corte 22 giugno 1999, causa C-342/97, Lloyd Schuhfabrik Meyer (Racc. pag. I-3819).

(19) - Sentenza Lloyd, citata, punto 26, e giurisprudenza anteriore ivi citata.

(20) - V. paragrafo 36 delle mie conclusioni nella causa C-10/89, HAG GF (sentenza 17 ottobre 1990, Racc. pag. I-3711; in prosieguo: la «sentenza HAG II»).

(21) - V. paragrafi 50 e 51 delle mie conclusioni nella causa SABEL, nonché il paragrafo 20 delle mie conclusioni nella causa Lloyd.

(22) - V., in particolare, sentenza HAG II, citata alla nota 20, punto 14, e la più recente sentenza 11 novembre 1997, causa C-349/95, Loendersloot (Racc. 1997, pag. I-6227, punti 22-24). Si vedano anche i paragrafi 31 e 32 delle mie conclusioni nella causa SABEL.

(23) - Regolamento (CE) del Consiglio 20 dicembre 1993, n. 40 (GU 1994, L 11, pag. 1).

(24) - V. art. 8, nn. 1 e 2, del regolamento.

(25) - Convenzione di Parigi sulla protezione della proprietà industriale del 20 marzo 1883, come riveduta da ultimo a Stoccolma il 14 luglio 1967.

(26) - Artt. 10 bis, n. 3, punto 1, e 6 bis; v. inoltre il paragrafo 53 delle mie conclusioni nella causa SABEL.

(27) - GU L 336, pag. 214.

(28) - Paragrafo 16, n. 1, richiamato al paragrafo 54 delle mie conclusioni nella causa SABEL.

(29) - Punto 22.

(30) - Punto 23.

(31) - Citate, rispettivamente, alle note 14 e 18.

(32) - V. il dispositivo della sentenza Canon.

(33) - V. il dispositivo della sentenza Lloyd Schuhfabrik Meyer.

(34) - V. punto 22 della sentenza SABEL; punto 17 della sentenza Canon, e punto 19 della sentenza Lloyd Schuhfabrik Meyer.

(35) - V. punti 15-19 e 22.

(36) - Punto 24.

(37) - V., ancora, i paragrafi 38 e 39 delle mie conclusioni nella causa SABEL.

(38) - L'art. 4, n. 4, lett. a) offre agli Stati membri la facoltà di prevedere che un marchio di impresa sia escluso dalla registrazione o, se registrato, possa essere dichiarato nullo in circostanze analoghe a quelle previste dall'art. 5, n. 2.

(39) - Richiamato supra, paragrafo 4.

(40) - Richiamato supra, paragrafo 9.